Per accedere al mondo di The Revelation Spiritual Home è necessario adottare un paradigma epistemologico non eurocentrico e accettare che ci troveremo di fronte a qualcosa che non ci è familiare
di Stefania Palmisano

Nota di “Bitter Winter”: Il 16 maggio 2026, al Polo del ‘900 di Torino, nell’ambito delle manifestazioni del Salone Internazionale del Libro (Salone Off), Fedinsieme, in persona del vicepresidente Francesco Curto, ha premiato l’edizione italiana “The Revelation Spiritual Home. Il risveglio della spiritualità indigena africana” (Mimesis 2026) del volume di Massimo Introvigne e Rosita Šorytė, pubblicato nel 2025 in inglese da Cambridge University Press. African Hidden Voices è stata premiata per la collaborazione al progetto di ricerca che ha portato alla stesura del libro. Era presente all’evento il fondatore di The Revelation Spiritual Home, IMboni iNkosi YamaKhosi oMoya uZwi Lezwe Radebe, che il 15 maggio aveva ricevuto un riconoscimento da Fedinsieme per il suo contributo alla diffusione e alla difesa della spiritualità indigena africana durante un convegno organizzato presso il Municipio di Torino. Pubblichiamo una trascrizione, mantenendo lo stile parlato, dell’intervento della sociologa Stefania Palmisano alla premiazione del 16 maggio.
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Buongiorno a tutti e a tutte, mi chiamo Stefania Palmisano e sono una sociologa delle religioni. Sono stata invitata a questo dibattito non soltanto perché il libro che qui presentiamo (traduzione dall’inglese) è stato pubblicato nella collana Remedis di MIMESIS, “Religioni, media e immaginario sociale”, diretta da Roberto Revello, Michele Olzi e la sottoscritta, ma anche perché mi occupo di nuove religioni e delle cosiddette “spiritualità contemporanee”. Tuttavia, confesso, questo mio percorso scientifico non mi attrezza adeguatamente allo studio di “The Revelation Spiritual Home. Il risveglio della spiritualità indigena africana” perché, come esperta dei fenomeni religiosi nel mondo occidentale, ho le armi un po’ spuntate nel penetrare il mondo delle spiritualità indigene africane o, per usare parole di Harold Turner, delle spiritualità africane “neopagane”. Come ci rivelano gli autori, queste forme di spiritualità non possono essere comprese semplicemente alla luce dei dibattiti tra studiosi euroamericani, basati sulle categorie sociologiche di religione e spiritualità che, come sappiamo da un dibattito annoso, sono eurocentriche e cristiano-centriche.
Invece, per incominciare ad afferrare la spiritualità africana, e poi addentrarsi in The Revelation Spiritual Home, dobbiamo adottare un altro paradigma epistemologico e accettare di imbatterci in ciò che è poco familiare: sullo sfondo di vicende portentose che intrecciano la politica, la religione, l’arte, la cultura, l’economia e le trasformazioni societarie – in storie, ritratti e i profili di grandi donne e di grandi uomini le cui biografie sono corredate da mitologie, chiamate divine, malattie misteriose, profeti e guaritori, demoni e spiriti e animali spettacolari (come il serpente marino richiamato nella storia della figlia di Maphithini Thusi, e vi invito alla lettura gustosa di questi camei).

Perciò, ci rivelano gli autori, una visita alla montagna degli dèi, in Botswana, con le antiche rocce e i dipinti dei “peni danzanti”, una passeggiata alle grotte dove si comunica con gli antenati e con gli dèi, un incontro con gli abitanti dei villaggi vicini per guardare con il loro stupore tanto le colline circostanti quanto l’arrivo del turismo, è di importanza cruciale per studiare la spiritualità africana almeno quanto lo studio dei libri presenti nei musei africanisti.
E tuttavia il compito, per gli studiosi, di fare ordine e individuare una tassonomia in cui incasellare i fenomeni in esame permane. Come incasellare, sociologicamente parlando, le spiritualità indigene africane che fanno da sfondo nel libro all’incontro con The Revelation Spiritual Home? Queste realtà sono state spesso oggetto di studi che le hanno guardate attraverso la lente cristiana e hanno individuato come tratti caratterizzanti i seguenti: fede in un unico creatore onnipotente e l’uso di mediazioni attraverso divinità, persone o oggetti; messa a punto di un quadro spirituale ed emotivo alternativo al sistema scientifico e razionalistico occidentale; forza della comunità e continuità del rapporto tra il sacro e il secolare.

Ma qui va fatta una precisazione per entrare nel cuore della ricerca: gli autori di questo libro non sono interessati alle religioni tradizionali africane in generale. Il loro interesse si rivolge a quelle forme emerse come reazioni ai grandi cambiamenti avvenuti nella vita africana nel nostro periodo e che rimandano all’opera di imprenditori spirituali che hanno avvertito gli effetti destabilizzanti del contatto con la cultura e la religione occidentali, hanno visto minacciate le proprie tradizioni e la propria unità e hanno avviato esperimenti spirituali per invertire la tendenza.
Cosa sono allora, religioni? spiritualità? nuovi movimenti? La risposta non è scontata perché la comunità scientifica non è concorde: tra le varie posizioni, ci sono coloro che le definiscono spiritualità sincretiche, coloro che rinvengono una radice cristiana e coloro che, invece, individuano una radice islamica. Nonostante tali differenze, emerge in questi tentativi classificatori la tentazione eurocentrica di ridurre la complessità a una tipologia che ci consenta di distinguere tra movimenti indigeni (pagani), cristiani o islamici – tentazione, però, che gli autori ci invitano a mettere da parte e a superare. Le tipologie dei movimenti religiosi africani, ci ricordano gli autori, non possono alimentare dialoghi e dispute eurocentriche.
Non si tratta di discriminare tra ciò che è pagano e ciò che è cristiano, né di introdurre nella discussione la teologia, perché i dibattiti teologici raramente rappresentano preoccupazioni importanti nel mondo africano e, più in generale, al di fuori della religione occidentale. Solo riconoscendo la spiritualità indigena africana come una spiritualità al di fuori del cristianesimo e dell’islam, possiamo addentrarci nella comprensione del fenomeno, adottando però una visione “etica” coerente con l’approccio “emico” di coloro che sono coinvolti nell’attuale rinascita delle spiritualità indigene africane.

È questa la tesi che avanzano gli autori, tanto più che in Africa l’uso del termine “religione” è problematico perché presuppone una distinzione tra la religione e le altre sfere della vita che non esiste nel continente. Ancora in termini teorici ho trovato molto utile la proposta degli autori di esplorare la relazione tra la spiritualità africana indigena e le Chiese iniziate da africani (una galassia di Chiese legate al cristianesimo a cui le istituzioni delle spiritualità indigene africane dichiarano di non essere legate nel modo più assoluto), attraverso due costrutti euristicamente utili e che rivelano la complessità del fenomeno in questione e dunque la lungimiranza scientifica dei due autori nell’entrare in tale campo si studi: quello di appropriazione e di “camouflage”. Gli autori mostrano come, per queste spiritualità indigene, il “camouflage” sia divenuto una necessità per la sopravvivenza di fronte alla colonizzazione e alle persecuzioni, poiché molti leader africani furono costretti a nascondere la propria spiritualità all’interno dei simboli delle religioni dominanti, in particolare del cristianesimo. Ma questa scelta non è priva di conseguenze critiche inattese. Com’è stato notato in letteratura, il “camouflage” tende a produrre situazioni contraddittorie che spesso portano a un vicolo cieco in cui l’inganno finisce per diventare autoinganno.
Alla fine del processo, scrivono gli autori a pag. 28, la questione della sincerità diventa, più che irrilevante, irrisolvibile. Ci sono stati leader spirituali per i quali l’abitudine di credere e quella di fingere di credere nel cristianesimo sono diventate indistinguibili. È un tema noto nella storia delle religioni (pensate al dibattito sull’“accomodatio”) che ci mostra come gli elementi appropriati siano trasformati, e lo stesso vale per l’istituzione che li appropria.

Quindi qui si apre il grande capitolo dell’appropriazione di elementi cristiani, ma anche cattolici, nelle spiritualità indigene – tema che ci porta, ormai senza indugi, al cuore del libro: alla storia delle origini di The Revelation Spiritual Home e di un giovane che ha una visione, Samuel Radebe, da cui tutto origina. La sua malattia, in realtà una chiamata divina, e le sue esperienze nella Chiesa Universale del Regno di Dio, che sostiene che l’Africa sia il cuore del male, lo preparano a una missione tanto importante quanto riuscita.
Mi fermo qui: ho lastricato la strada perché gli autori ci raccontino questa storia e anche come queste istituzioni africane siano finite sui radar del movimento anti-sette.

Stefania Palmisano is an Associate Professor in the Sociology of Religion at the University of Turin, Italy, where she teaches the sociology of religion and the sociology of organization. She was a Visiting Research Fellow in the Department of Politics, Philosophy and Religion at Lancaster University and a Visiting Research Fellow, the Department of Religion, Philosophy and Cultural Heritage at Wolverhampton University. She is a member of the editorial board of “Social Compass,” “Alternative Spirituality and Religion Review,” “Journal for the Study of Spirituality,” “Frontiers in Sociology.” and “Fieldwork in Religion.” In addition, she is the coordinator of the research center CRAFT (Contemporary Religion and Faiths in Transition) based in the Department of Culture, Politics and Society at Turin University. She is the author of “Exploring New Monastic Communities: The Re-invention of Tradition” (Ashgate, 2015), co-editor with Isabelle Jonveaux of “Monasticism in Modern Times” (Routledge, 2016), and co-editor with Nicola Pannofino of three books: “Invention of Tradition and Syncretism in Contemporary Religions: Sacred Creativity” (Palgrave Macmillan, 2017); “Contemporary Spiritualities: Enchanted Worlds of Nature, Wellbeing and Mystery in Italy” (Routledge, 2020); and “Damanhur: An Esoteric Community Open to the World” (Palgrave Macmillan, 2023).


