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Torino è davvero “città magica”? 4. La leggenda della “città del Diavolo”

by | Jan 24, 2025 | Documents and Translations, Italian

La leggenda di Torino come “città del Diavolo” deriva da memorie ottocentesche ma anche da uno scherzo goliardico della fine degli anni 1960. 

Massimo Introvigne*

*Conferenza tenuta nella Sala Consiliare di Settimo Torinese (Torino) il 18 gennaio 2025.

Articolo 4 di 4. Leggi l’articolo 1, l’articolo 2 e l’articolo 3.

The Devil tries to recruit a peaceful citizen of Turin as a Satanist. AI-generated.
Il Diavolo cerca di reclutare come satanista un pacifico cittadino di Torino. AI-generated.

Come abbiamo visto negli articoli precedenti di questa serie, Torino ha avuto una presenza significativa di spiritualità alternative e anche di esoterismo e di occultismo, che tuttavia di per sé non giustifica il mito della “città magica” per eccellenza. Come e perché è nato questo mito?

Per tentare una risposta, Alice deve attraversare lo specchio ed immergersi in quella meta-realtà che è l’immagine della Torino delle meraviglie costruita nell’immaginario popolare e alimentata dai media. Non si tratta soltanto dei tabloid: sarebbe interessante erigere un catalogo degli articoli che rispettabili media italiani ma anche americani, tedeschi e perfino giapponesi hanno dedicato a Torino “città del Diavolo”, “città magica”, “capitale delle sette”, “vertice del triangolo satanico” (le altre due città variano, da Lione-Praga a Londra-San Francisco, ma Torino – chissà perché – rimane). Nel 1986 “Der Spiegel” riteneva necessario – con l’immancabile intervista ai soliti personaggi, dalla maga a pagamento al pittore dell’occulto – dedicare quattro pagine alla “passione per Satana” a Torino, chiedendosi se la città non fosse vittima di una “psicosi collettiva satanica”. Nel 1990 il diffuso settimanale giapponese “03” dedicava ben dodici pagine a “Torino, la città della Santità e del Male” con considerazioni analoghe. 

Il convegno “Diábolos, Diálogos, Daímon”, tenuto a Torino nell’autunno 1988 e cui anch’io all’epoca partecipai, scatenò una certa stampa nella costruzione di uno specchio magico che non aveva più nulla a che fare con la realtà torinese che avrebbe dovuto riflettere, ma era anche occasione per la pubblicazione di scritti pregevoli. In particolare il volume curato dal sociologo Filippo Barbano “Diavolo, diavoli. Torino e altrove” (Bompiani, Milano 1988) costituiva una prima articolata riflessione – appunto – non tanto sulla realtà ma sullo specchio. Barbano indagava la costruzione sociale del mito delle “Torinomagìe” e il suo pallido rapporto con la realtà. Risalendo dallo specchio alla realtà, in una serie di interessanti studi, un altro sociologo, Luigi Berzano, si sarebbe successivamente chiesto quale ruolo gioca effettivamente il “terziario esoterico” nel contesto torinese e piemontese.

Piuttosto che riassumere questi studi – in gran parte già di per sé esaurienti – vorrei provare a chiedermi, a conclusione di queste riflessioni, che cosa spiega – posto che una spiegazione esista – lo scarto fra lo specchio e la realtà. In altre parole: perché la città delle meraviglie ottocentesca (ma molto meno oggi) diventa la “città del Diavolo”? Perché nasce nel mondo una rappresentazione di Torino – a proposito di “sette”, religioni e magie – che ha soltanto un vago rapporto con quello che realmente accade nella città? Perché lo “Spiegel” – ma molti si sono espressi negli anni in termini simili – a un certo punto racconta ai suoi lettori di una “psicosi collettiva” e di una generale “passione per Satana” che non soltanto non c’è, ma di cui il normale torinese neppure sospetta la presenza? Vorrei seguire – sia pure molto brevemente – quattro possibili linee di spiegazione, almeno come spunto per ricerche ulteriori.

In primo luogo, qualcuno potrebbe sostenere che – se una qualche amplificazione e deformazione giornalistica avviene per qualunque fenomeno – lo specchio sostanzialmente riflette una realtà. Se, quando si parla di conventicole occulte e di magia, Torino viene in considerazione più di Milano, Firenze o Roma è precisamente perché a Torino le “sette” sataniche e la magia sarebbero maggiormente presenti. Il problema dello specchio, da questo punto di vista, sarebbe un falso problema: si tratterebbe piuttosto di spiegare il perché di una fioritura dell’occulto nel capoluogo piemontese. Questa risposta mi sembra in parte falsa e in parte vera. In parte falsa perché, come accennavo ci sono dati che permettono di stabilire come il numero di movimenti sia religiosi sia magici che possono essere inquadrati in un’area anche vasta di “nuova religiosità” sia maggiore almeno a Milano e a Roma rispetto a Torino. Se si confronta, in particolare, il numero di gruppi magici con sede nota, ordini esoterici e librerie specializzate Milano precede nettamente Torino da ogni punto di vista. Tuttavia la stampa internazionale continua a parlare della “Torino magica” e molto meno di una “Milano magica”. 

Una immaginaria riunione di satanisti in un ristorante di Torino. AI-generated.
Una immaginaria riunione di satanisti in un ristorante di Torino. AI-generated.

La spiegazione di un’analogia “forte” con la realtà, peraltro, è parzialmente vera perché se Torino non è oggi la capitale dell’Italia delle spiritualità e alternative e dell’occultismo lo è stata, nel XIX secolo nel periodo che va dal 1848 (che instaura un nuovo clima di libertà religiosa) al processo delle sonnambule del 1890 e al 1899, quando, con le prime riunioni a Milano della Società di Studi Psichici finanziata dall’industriale chimico Achille Brioschi, il centro delle ricerche sullo spiritismo e sui fenomeni “magnetici” si sposta nel capoluogo lombardo. È in quest’epoca – nella seconda metà dell’Ottocento– che nasce una certa fama di Torino che persiste poi per stanchezza – e talora per revival, alimentato da episodi occasionali – nel Novecento e fino ai giorni nostri.

Veniamo così ad una seconda spiegazione del fenomeno dello specchio, di carattere storico. La fama di Torino città magica e capitale delle spiritualità alternative si è costruita per la concomitanza di tre cause cui abbiamo già fatto cenno. La prima – che spiega la presenza di nuove religioni, e che non ha nulla a che fare invece con i fenomeni magici – è il “mito valdese” che attira in Piemonte (dapprima nelle Valli Valdesi, ma in seguito anche a Torino) tutti i nuovi movimenti religiosi nati nei paesi di lingua inglese, dall’Esercito della Salvezza agli avventisti del Settimo Giorno, dai mormoni ai testimoni di Geova. Il secondo elemento – che opera più sul versante dell’occultismo – è la prossimità non solo geografica ma culturale, con la Francia e in particolare con Lione, centro fra i più importanti (mitologie sui “triangoli” a parte) dell’esoterismo prima e dello spiritismo poi. Il terzo elemento – davvero decisivo – è politico, e si riferisce al conflitto fra Stato e Chiesa cattolica all’epoca del Risorgimento, che porta le autorità sabaude – beninteso entro certi limiti – a tollerare, quando non a favorire, tutte le forme di alternative dirette a indebolire il monopolio della religione dominante. La polemica cattolica dell’Ottocento ha sempre additato nel governo – a torto o a ragione – il protettore quando non l’organizzatore della propaganda di nuove forme religiose, in genere senz’altro etichettate come “protestanti” senza ulteriori distinzioni. Ma non si trattava soltanto di nuove denominazioni cristiane. Il maggiore esponente del magnetismo in Italia, Francesco Guidi, scriveva nel 1860: “Il Piemonte fu negli ultimi dieci anni la sola parte d’Italia dove facesse buon’aria pel magnetismo, il quale essendo, come abbiam detto, una scienza di progresso, anzi il miglior de’ progressi, ha d’uopo necessariamente di libertà, e in Piemonte, all’ombra della libera associazione e della libera stampa, accordata dal costituzionale sabaudo Statuto, potè essere liberamente studiato, esperimentato e applicato”.

Non ringraziavano solo i magnetizzatori e gli spiritisti, ma gli spiriti stessi. Vedi caso, quasi tutti gli spiriti ribadivano con frequenza tesi anti-pontificie e pro-sabaude, si trattasse di spiriti “classici” come Dante o Lutero o di Garibaldi, Mazzini, Cavour, tutti pronti a manifestarsi ai circoli spiritici torinesi negli anni immediatamente successivi alla loro morte per difendere dall’aldilà le stesse cause politiche e anticlericali per cui si erano battuti durante la loro vita terrena. Questi fenomeni tardi venivano a consacrare un clima che esisteva già in precedenza, e che mostra in modo evidente le ragioni molto terrene di una tolleranza verso il meraviglioso che era, in altre città italiane, impensabile. Per converso, la Chiesa Cattolica attribuiva facilmente al Diavolo e al satanismo questo fiorire “politico” di spiritualità alternative a Torino, che nella stragrande maggioranza non erano di carattere occultistico.

Una terza spiegazione, a conferma del fatto che piccole cause possono avere conseguenze importanti, per quanto riguarda specificamente il satanismo e la leggenda di Torino “città del Diavolo” è legata al fatto che Torino è stata capitale non dei satanisti ma della Goliardia. Ai Goliardi, fenomeno universitario oggi pressoché scomparso ovunque, piaceva fare scherzi anche molto elaborati. E molto del mito del Diavolo a Torino nasce appunto da uno scherzo, che anni fa sono stato il primo – ma non l’unico – a ricostruire. La leggenda urbana secondo cui quarantamila satanisti sarebbero stati presenti a Torino (c’erano come in ogni altra grande città, ma erano meno di duecento) è stata creata tra il 1968 e il 1972 da un gruppo di buontemponi, membri dell’attiva goliardia dell’ateneo torinese e guidati da Gianluigi Marianini, noto “viveur” cittadino e già campione di “Lascia o raddoppia”, che riuscirono ad accreditare la notizia – totalmente fantastica – su “Stampa Sera”. 

Gianluigi Marianini (1917-2009).
Gianluigi Marianini (1917-2009).

Come lo stesso scrittore, che mi aveva già raccontato i dettagli, precisò in un’intervista nel 2004, la notizia – corredata di triangoli magici con Praga e Lione o Londra e San Francisco e di un ingresso dell’Inferno a Piazza Statuto, tutto falso e tutto parte dello scherzo – passò perché a “Stampa Sera” lavorava un giovane giornalista amico dei burloni, Vittorio Messori, futuro intervistatore di Papi ma allora non ancora convertito al cattolicesimo. Come raccontò egli stesso, Messori fu ben lieto di partecipare a una burla così ben riuscita divertendosi “– non da solo, ma in combutta con qualche collega o qualche conoscitore o adepto del giro – a lanciare presunte notizie o sparare cifre che nessuno era in grado né di smentire né di confermare”, che del resto “venivano incontro al bisogno così umano di stupirsi, di sognare, di fantasticare” e costituivano perfino “un antidoto all’ossessivo, luttuoso notiziario politico in quei tempi di terrorismo”. La burla riuscì così bene che ci sono ancora giornali, anche all’estero, che parlano dei famosi quarantamila satanisti a Torino.

In quarto luogo, non si deve dimenticare l’insicurezza sociale legata alle grandi trasformazioni, che si manifestano a Torino nel periodo del Risorgimento e poi nuovamente con l’espansione economica e i grandi rivolgimenti degli anni 1960 e 1970, quando non a caso nasce (con l’aiuto dei Goliardi burloni) il mito della Torino magica e satanica. L’insicurezza sociale non è solo causa delle meraviglie, ma è anche causa dello specchio; non genera soltanto il ricorso al mago, ma anche la paura del mago e del satanista. Le “leggende urbane” che amplificano tutto quanto riguarda il satanismo (e talora anche le “sette” e gli occultisti) sono in parte ridicole, ma qualche volta anche pericolose e generatrici di violenza. Sono, certamente, rivelatrici di un profondo disagio che percorre le società post-moderne e che cerca nemici segreti, capri espiatori inafferrabili su cui sfogare la paura del diverso. Non si tratta di fenomeni positivi né innocui. Se l’esplorazione della città delle meraviglie può essere talora dispersiva, dallo specchio che amplifica e deforma Alice deve essere aiutata ad uscire. Rimanere troppo a lungo nello specchio può essere avvertito come intollerabile, e può trasformare chi è rimasto intrappolato nello specchio in intollerante nei confronti di tutti coloro che avverte come estranei alla sua determinazione della razionalità e di cui sopravvaluta l’influenza. La tentazione di Alice, in questo caso, sarà quella di rompere lo specchio: e non occorre essere superstiziosi per temere che da questa rottura possano davvero derivare sette anni di guai.

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